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Ingrassia, Gian Filippo

Ingrasia Giovanni Filippo

Biografia

Medico, scienziato e anatomista. Nacque a Regalbuto (Enna) nel 1510. Lo zio Giovanni era un poeta e il fratello Niccolò giureconsulto oltre che insigne letterato. Compì i primi studi dedicandosi soprattutto all’apprendimento delle lingue classiche. Scrisse poesie in lingua volgare e latina che gli meritarono fama e stima negli ambienti colti, motivo per cui entrò a far parte, ancora giovanissimo, dell’Accademia degli Accesi di Palermo.
A Palermo, l’Ingrassia seguì, con particolare interesse, gli insegnamenti di medicina sotto la guida di Giovanni Battista De Petra, medico assai valente in quel periodo. Era dotato di straordinario ingegno e aveva una grande passione, la medicina. Nel 1532 decise di recarsi a Padova per approfondire le sue conoscenze relative alla disciplina in cui era versato, laurendosi nel 1537. Discepolo, nell’Ateneo patavino, del grande Vesalio, del Falloppio e del Colombo, dedicò tutto il periodo del suo soggiorno in quella città ad una intensissima preparazione nelle discipline mediche, legandosi peraltro d’amicizia con l’Eustachio, l’Acquapendente, l’Aranzio ed altri ancora, e passando poi a Napoli, dove fu chiamato ad impartire lezioni di anatomia oltre che di medicina teorica e pratica. Le sue scoperte più importanti, ed anche più numerose, sono di ordine anatomico; ciò non deve sorprendere perché il Cinquecento fu il secolo d’oro dell’anatomia. L’opera sua fondamentale, in questo campo, è costituita dai commenti al trattato delle ossa di Galeno. Venne pubblicata postuma, prima a Palermo nel 1603, e poi a Venezia nel 1604, col titolo “In Galeni librum de ossibus doctissima et expertissima commentaria”. Il commento al De ossibus è un corso di lezioni di anatomia: è diviso in 24 capitoli, costituiti dal testo greco di Galeno, dalla traduzione latina e dal commento. La versione latina utilizzata è quella di F. Balamio (C. Galeno, De ossibus Ferdinando Balamio interprete, Roma 1535). L’Ingrassia fu il primo a evidenziare che Galeno, il grande medico di Pergamo, nelle sue descrizioni anatomiche, si era riferito sempre alle ossa della scimmia e non a quelle dell’uomo. Detta opera è un vero e proprio trattato di osteologia e rappresenta una miniera di scoperte e di osservazioni originali oltre che di opportune correzioni di certi errori commessi da Galeno e dal suo stesso maestro, il Vesalio. Nel commento, oltre a fornire accurate descrizioni delle suture craniche, della mastoide, di cui diede un’esatta descrizione anatomica ed una sicura interpretazione fisio-patologica, dello sfenoide (le cui piccole ali sono note come apofisi di Ingrassia), dell’articolazione temporo-mandibolare, delle ossa turbinate inferiori, dell’atlante e dell’articolazione atlanto-occipitale, nonché dei seni frontali, l’Ingrassia diede notizia di alcune sue scoperte, le più note delle quali sono i rinvenimenti, nell’orecchio medio, del muscolo del martello e dell’ossicino della staffa, che si aggiungeva agli altri due, l’incudine ed il martello, per la prima volta descritti, pare, dall’Achillini nel 1480. Tali ritrovamenti, insieme con un’accurata descrizione delle strutture anatomiche circostanti, gli permisero di formulare una valida ipotesi funzionale sulla trasmissione del suono dalla membrana del timpano all’orecchio interno. L’Ingrassia, però, non limitò la sua attività allo studio dell’anatomia, ma si occupò anche di anatomia patologica e di patologia clinica. La stesura della prima opera dell’Ingrassia avviene intorno al 1541, Iatropologia liber quo multa adversus barbaros medicos disputantur.... La data di pubblicazione è del 1547, ma il manoscritto fu sostanzialmente terminato nel 1541. I motivi del lungo periodo intercorso tra il momento in cui il testo fu licenziato e la stampa sono dovuti all’imbarazzo del Collegio medico palermitano, interpellato dall’Ingrassia, a prendere una posizione unitaria nei confronti dell’opera. La Iatropologia è in effetti un’opera di sferzante polemica, dai toni durissimi, un attacco a quella parte della classe medica isolana che l’Ingrassia considerava imbarbarita in pratiche obsolete e inefficaci se non pericolose, presuntuosa e avida. Ma l’opera travalica l’interesse di cronaca e affronta questioni di metodo, avanzando tre tesi di carattere innovativo: rifiuto di una rigida divisione tra physica e chirurgia e conseguente necessità di riunificare il sapere medico, necessità di un equilibrio tra teoria ed esperimento, subalternazione della medicina alla filosofia. Il primo punto criticava la pratica di abbandonare i pazienti ai barbieri, sottolineando il pericolo di una sempre più pesante diffusione di pratiche superstiziose nell’uso dei remedia. Il secondo intendeva riaffermare la centralità della pratica delle autopsie nella formazione del medico. Con il terzo, infine, attraverso una serie di sottili distinzioni di ordo e methodus, si cercava di determinare con la massima nettezza finalità, metodi e articolazioni della medicina, con l’obiettivo di ridarle prestigio e distinguerla da un esercizio che avesse puro scopo di lucro.
Altre opere: Praegrandis utilisque medicorum omnium decisio…, Panormi 1545; Scholia in Iatropologiam…, Napoli 1549; De tumoribus praeter naturam, Napoli 1533. In tutte queste opere c’è una descrizione attenta, precisa ed originale delle principali malattie esantematiche, e non, come scarlattina, vaiolo, rosolia, morbillo e meningite epidemica cerebro-spinale ed della loro diagnosi differenziale. Nel De tumoribus…poi, l’autore, dopo una disamina di quanto i Greci, i Latini e gli Arabi avevano detto sull’argomento, aggiunge altre 163 specie di tumori alle 61 indicate da Galeno, illustrandovi, altresì, le sue accurate ricerche sulle vescichette seminali, di cui seppe intuire per primo, il vero significato anatomo-fisiologico. Nel periodo stesso in cui si dedicava alla parte dottrinaria e scientifica, non trascurò affatto l’attività pratica. Alto fu il suo magistero all’Università di Napoli, di cui elevò, in ambito italiano ed europeo, il prestigio. E notevole fu, peraltro, il suo carisma di maestro. Chiamato il nuovo “Galeno” o il nuovo “Ippocrate” o il “Divino”, era realmente venerato come un dio. Nel 1556, su invito del vicerè Giovanni De Vega, Ingrassia tornò a Palermo con la nomina di “lettore ordinario di medicina”, stabilendovisi definitivamente ed acquisendone la cittadinanza, motivo per cui si dirà da allora in poi, “civis panormitanus”. Nella nuova sede egli mise in evidenza pienamente le sue altissime doti di medico, venendo consultato, per il prestigio, nella città, nel regno e fuori di esso. Nel 1561 gli fu conferita da Filippo II la carica di protomedico della Sicilia e delle isole adiacenti. Tale carica fu rivestita con energia e severità, e rappresenta un momento importante, per la storia della medicina, per la vigorosa genialità di medico e di organizzatore della medicina pubblica che seppe mostrare l’Ingrassia; il quale avendo ordinato i primi trattati di polizia sanitaria e di medicina legale ne è legittimanente considerato, oggi, in Italia e fuori, l’autentico fondatore. Nel 1558 presentò delle proposte di risanamento della Capitale dell’Isola, nelle quali sono contenuti i principi fondamentali che informano anche oggi l’Igiene Pubblica e la Polizia Sanitaria. Si dedicò con impegno e instancabilmente al miglioramento dell’igiene pubblica e degli ospedali. Nel 1561 l’Ingrassia diede alle stampe, col titolo i “Constitutiones et Capitula, necnon jurisdictiones regii protomedicatus officii Siciliae”, una raccolta – la prima che si ricordi nella storia della medicina – di leggi e disposizioni sanitarie emanate e sancite dai Re normanni (Contitutiones), da Federico II (Capitula) e dai sovrani aragonesi di Sicilia, che il catanese A. De Alessandro aveva messo insieme fin dal 1420. L’Ingrassia riordinò il manoscritto, vi aggiunse nuove leggi e regolamenti, correggendo e adottando il tutto ai tempi ed alle nuove situazioni sanitarie. Essa fu stampata a Palermo nel 1564 ed ebbe una seconda edizione nel 1657. In questa raccolta, che rappresenta il primo moderno codice sanitario, peraltro ancora valido ed attuale per tanti aspetti, sono contenute tutte le disposizioni contro gli speculatori, i ciarlatani e gli empirici, le norme per il riconoscimento dei titoli che abilitano all’esercizio professionale della medicina e chirurgia, le norme di deontologia, le tariffe degli onorari e anche le disposizioni relative alla frequenza bimestrale di un corso a cui erano tenuti, ogni cinque anni, tutti i sanitari al fine di tenersi aggiornati sui progressi scientifici. Alla suddetta raccolta di norme e regolamenti fu aggiunto, anche, un trattato di polizia veterinaria, e cioè il “Quod veterinaria medicina formaliter una…” (Panormi, 1564). Nel “Trattato assai bello e utile di due mostri nati in Palermo in diversi tempi…”, stampato a Palermo nel 1560, si discute di varie malformazioni congenite, motivo per cui l’Ingrassia deve essere ritenuto un antesignano della teratologia. In esso, inoltre, si fa un preciso quadro delle febbri malariche che infierirono a Palermo nel 1558 con l’aspetto di una vera epidemia, per il cui controllo l’Ingrassia propose misure di igiene pubblica, tra le quali il prosciugamento di paludi circostanti l’abitato. Nella “Quaestio de purgatione per medicamentum…”, edita a Venezia nel 1568, l’Ingrassia tratta dell’opportunità di ricorrere, nella cura delle malattie, alla somministrazione di pozioni medicamentose ovvero alla pratica del salasso. Tuttavia il periodo più glorioso di attività per l’Ingrassia fu quello in cui, sessantaquattrenne, scrisse, in occasione della terribile peste che negli anni 1575-1576 infierì in Sicilia ed a Palermo in particolare, oltre che in altre zone d’Italia, pagine di alta umanità. In quella città, in cui il « pestifero e contagioso morbo » doveva mietere circa novantamila vittime, egli si prodigò con il più disinteressato altruismo, mettendo in evidenza il suo grande talento, la rara tempra di organizzatore eccezionale nonché il più pronto intuito nell’adottare gli opportuni e tempestivi provvedimenti sanitari. Su invito del viceré Don Carlo d’Aragona, duca di Terranova, l’Ingrassia, piuttosto malandato in salute e certamente non più giovane, fu nominato Consultore sanitario della Deputazione generale di pubblica salute. In tale veste, l’Ingrassia attuò una politica di rigido isolamento per evitare la diffusione del contagio. Impegnò la deputazione a provvedere di lazzaretti la città; ordinò che si tenessero separati i malati dai convalescenti, e che questi ultimi fossero dimessi dall’isolamento solo dopo due mesi dalla scomparsa della febbre; promosse la quarantena per le navi che arrivavano nel porto; ostacolò gli scambi commerciali; proibì, o scoraggiò, tutti gli assembramenti, anche quelli dovuti a riti religiosi; suggerì una durissima repressione (forca, squartamento) per coloro i quali rubavano e vendevano gli abiti degli appestati, destinati a essere inceneriti. Fece seppellire i morti fuori le mura nonché provvide a fare applicare le più rigorose norme di disinfezione con eccezionale sagacia e con tale ampiezza di vedute « da sembrare oggi stesso », scriveva il Perrando nel 1908, « una divinazione l’opera sua ». Frutto dell’enorme esperienza in campo clinico ed organizzativo-sanitario acquisita durante la terribile epidemia di peste, è l’opera “Informatione del pestifero et contagioso morbo, il quale affligge et have afflitto la città di Palermo, et molte altre città e terre di questo Regno di Sicilia negli anni 1575-76”, stampata a Palermo nel 1576. Composta di quattro parti, fu fatta conoscere in tutta Europa da Joachim Camerarius, che la tradusse in latino. È del 1586 l’epistola De frigido potu medicamentum purgans, pubblicata a Venezia. Altro titolo di gloria, forse il più grande, di G. F. Ingrassia è l’avere scritto, primo nella storia della medicina, un trattato sistematico di medicina legale, motivo per cui ne è considerato il fondatore: “Methodus dandi relationes pro mutilatis torquendis, aut a tortura excusandis...”. Tale celebre trattato, rimasto inedito fino al 1910, anno in cui, ricorrendo il quarto centenario del medico di Regalbuto, venne riesumato e dato alle stampe, fu scritto a cominciare dal 1570 per essere completato poi nel 1578. Molto stimato nella sua città, 1’Ingrassia non lo fu meno in ambito italiano ed europeo tanto da meritarsi le lodi incondizionate del grande Falloppio, che lo chiamava il Siculus philosophus, e medicus doctissimus ac consumatissimus, e quelle dello Sprengel, che, nella sua opera, lo annoverò tra i medici più celebri del secolo XVI. Molto rispettoso dei doveri connessi al suo alto ufficio, peraltro assai generoso verso gli infermi più poveri, cui elargiva prestazioni gratuite e concreti aiuti economici, era legittimamente da loro chiamato padre e benefattore dell’umanità. Morì a Palermo il 6 novembre 1580, all’età di 70 anni, per una grave malattia polmonare. I funerali furono celebrati a spese del pubblico erario con la straordinaria partecipazione di migliaia di cittadini di varia estrazione sociale, che sinceramente lo compiansero e lo seguirono fino all’estrema dimora, la cappella di S. Barbara. Lo ricordano il Falloppio in Institutiones anatomicae, t. I, p. 48; il Castellano in Vitae illustrium medicorum, p. 208; Leonardo da Capua in Parere divisato in otto ragionamenti, ragion. 2, p. 45; il Pirri in Sicilia sacra, Not. eccl. cat., p. 117; il Baronio in De Majestate panormitana, lib. 3, cap. 4, p. 117; Vincenzo Di Giovanni in Palermo trionfante, lib. 12, p. 121 e in Palermo ristorato, lib. 2.-

Opere consultate


“Dizionario dei Siciliani illustri”, Palermo 1939, collocazione XI. F.248.-

Favaro Giuseppe
”G. F. Ingrassia” in “Enciclopedia Treccani”, vol. XIX, pp. 309-310.-

Mira Giuseppe Maria
“Bibliografia siciliana”, vol. I, Palermo, 1875, pp. 485-487, collocazione XLVI. D. 1056, I a.-

Mongitore Antonino
Bibliotheca Sicula, I, Panormi 1708, pp. 360-362; II, ibid. 1714, pp. 123 s., collocazione CRISPI F. 37-38.-

Ortolani Giuseppe Emanuele
“Biografia degli uomini illustri della Sicilia”, tomo II, Napoli 1818, collocazione XI. F. 46.-

Policastro Santo
“Grandi ed illustri siciliani del passato”, Catania 1968, p. 196-97, collocazione XLVI. C. 312 .-

Preti Cesare
“Dizionario biografico degli italiani”, Treccani, vol. 62, pp. 396-399, Roma, 2004, collocazione XLI. D. 104, n° 62.-

Scorsone Antonio
“Scienziati siciliani dell’evo moderno”, Palermo-Roma, 1987, collocazione XLI. E. 90.-

 

Scheda biografica curata dalla dott.ssa Concetta Di Benedetto

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