Vitale, Giuseppe Fedele
Immagine opera

Vitale, Giuseppe Fedele

Nato il 10-04-1734 a Gangi
Morto il 20-09-1789 a Gangi

Biografia

Poeta e medico. La famiglia Vitale, proveniente dalla città spagnola di Valencia, ebbe nobili origini, e si presume che sul finire del ‘600 un suo ramo si sia stabilito a Gangi. Proprio riferendosi alla sua famiglia, nel manoscritto li disgrazii di famigghia, conservato nella Biblioteca Comunale di Palermo (ai segni 2Qq D 132), asserisce che tutte le disgrazie della sua famiglia derivano da alcuni legati, alla cui amministrazione, dopo la morte di Marino Naselli nella peste che colpì nel 1625 Gangi, furono chiamati i suoi familiari in qualità di fide-commissari per assegnare tali somme ad orfani, ragazze nubili e per gli abbellimenti della cappella del sagramento. Anche il nonno Giuseppe oltre che i suoi avi, amministrarono tali legati, causando secondo il poeta, il disastro morale e finanziario del suo casato per le molte liti e lotte che dovette sostenere contro il principe Pietro Valguarnera e Gravina, Signore di Gangi, che voleva togliere tale privilegio ai Vitale. A tal proposito nel succitato manoscritto si legge:

“… Cu’ me’ Nannu
Lu me’ trivulu vinni e lu malannu.” (C. I str. 25)

Giuseppe Fedele Vitale nacque a Gangi il 10 aprile 1734 da Francesco Antonio Vitale, medico di professione, e da Maria Salvo. Aveva appena 10 anni, quando frequentò a Gangi l’Accademia di scienze e lettere degli Sfaccendati, e lì mostrò il suo talento precoce. I suoi genitori convennero di dare un’educazione adeguata al suo ingegno e al suo grado; gli fecero studiare danza, musica, scherma e disegno. Come precettore nelle lettere ebbe il coltissimo abate D. Francesco Pepe, che insegnò italiano e latino. Il Vitale proseguì gli studi a Palermo, ove frequentò la scuola di retorica. Appena sedicenne, mentre era in Gangi, scrisse un melodramma. Erano allora i tempi in cui l’Arcadia toccava il suo apogeo e il Metastasio da Vienna brillava fra tutti gli Arcadi per i suoi melodrammi, che si diffondevano e si rappresentavano in tutte le grandi città riempiendo d’entusiasmo l’Europa e l’Italia in particolare. Il Vitale si entusiasmò tanto per i melodrammi metastasiani, che volle tentare anche lui un simile argomento e scrisse la Iavene, Regina del Tocuzzo, che piacque molto ai letterati del suo tempo e fu rappresentata nell’antico teatro comunale. A Palermo nel 1752 entrò nel collegio Massimo dei Gesuiti, dove proseguì gli studi e sotto la guida di altri maestri dell’epoca, come Saverio Romano e Nicolò Cento, si approfondì nelle lettere e apprese la filosofia. Conobbe vari uomini dotti come Gabriele Lancillotto, principe di Torremuzza, l’abate Francesco Carì, Salvatore Di Blasi, Domenico Schiavo. Fu in questo periodo di permanenza in città che iniziò a soffrire di una patologia agli occhi, per cui decise di tornare a Gangi, ove, sotto la spinta paterna, iniziò gli studi di Medicina, per laurearsi, poi, a Catania. Anche lì strinse relazioni con intellettuali, come Raimondo Platania, Vito Coco, Giuseppe Piazza. Grazie a Vito Coco, entrò a far parte dell’Accademia degli Etnei. Ma, ben presto, sollecitato anche dai parenti, ritornò a Gangi, dove in accordo con i fratelli Benedetto e Gandolfo Bongiorno diede il suo contributo di segretario allo sviluppo della nuova Accademia degli Industriosi. Da Gangi andò, infine, a Palermo, ove esercitò con successo la professione di medico, servendo anche il viceré Eustachio La Viafuille e la sua corte. A Palermo visse con il fratello Roderigo. Frequentò diverse Accademie del tempo, come quella del Buon Gusto, degli Uniti di Cortona e degli Ereini, quest’ultima fondata dal mecenate Federico Di Napoli e Monteaperto, principe di Resuttana, che del Vitale divenne protettore. Dopo la permanenza a Palermo, il Vitale tornò a Gangi, e all’età di 38 anni perse la vista. Ma, nonostante la cecità, egli continuò i suoi studi, a comporre, ad esercitare con generosità e competenza la professione di medico. Ad assisterlo nel suo lavoro fu il fratello Roderigo, il quale lo aiutò nel trascrivere le sue opere e vi fece, anche, qualche aggiunta di rilievo, di sua mano. Il Vitale dovette subire, anche, l’umiliazione di un processo per i vari ricorsi che alcuni fecero contro di lui presso il Tribunale del Real Patrimonio, perché gli fosse tolto l’onorario, che percepiva come medico dell’Università di Gangi, non potendo più, essendo cieco, esercitare la professione di medico. Ma il Tribunale, anche per la fama di buon medico di cui godeva il Vitale, non solo non gli sospese il salario, ma addirittura stabilì che gli fosse aumentato per pagare la persona che lo doveva accompagnare. Negli ultimi anni della sua vita iniziò a soffrire di turbe mentali. La sua esistenza si concluse tragicamente con il suicidio, il 20 settembre 1789. Fu sepolto a Gangi. Il Vitale, poco conosciuto ai più, in realtà è un’importantissima figura nel panorama letterario siciliano del 700. Scrisse poesie siciliane, italiane e latine; fu critico insigne e storico non comune, perché oltre a molte dissertazioni tenute in Gangi, tratteggiò con esattezza di particolari gli avvenimenti che si riferiscono ai personaggi e all’impresa dei Normanni in Sicilia. Di lui si sono occupati anche altri grandi figure come lo Scinà, Alessio Narbone, Paolo Emiliani Giudici, Gaetano e Vincenzo Di Giovanni. Proprio lo Scinà nutriva per lui una tale ammirazione che per sottolineare il valore letterario dell’autore, affermò:


« Che se nel Cinquecento fosse nato
Non Avrebbe l’Italia un sol Torquato ».

Tra le sue opere, la più conosciuta è la Sicilia liberata, un poema epico di 33 canti in ottave siciliane, sull’impresa compiuta dai Normanni in Sicilia contro i Musulmani, la cui disfatta culminerà con la caduta di Palermo nell’anno 1701. L’opera fu stampata a Palermo nel 1815, quindi, ben 26 anni dopo la morte dell’autore. Se nel 1889 il Municipio di Gangi ebbe cura di tributargli una lapide e intestargli la via attigua proprio in ricordo della Sicilia liberata e della sua attività di medico, la Francia, addirittura, gli tributò grandissimo onore per aver celebrato nella sua opera, le gesta dei Normanni, a tal punto da erigere un suo mezzo busto a Parigi.
Nella Biblioteca Comunale di Palermo si conserva un manoscritto autografo di Poesie siciliane e italiane ai segni 2Qq D 132. Un altro manoscritto, inoltre, si trova ai segni 2Qq F 47: è una ampia raccolta di poesie liriche italiane di vario argomento, sonetti, canzoni, egloghe, ditirambi, ottave.-

Opere consultate


Alaimo Francesco.
G. F. Vitale, poeta e medico del sec. XVIII”, Palermo 1940, collocazione VI. D. 355.-

Mira Giuseppe Maria
Bibliografia siciliana”, vol. II, Palermo 1881, p. 470, collocazione XLVI. D. 1056, II a.-

Scinà Domenico
Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII”, vol. III, Palermo 1859, pp. 236-237, collocazione XLVI. F. 301, n. 7, I, II, III.-

 

Scheda biografica curata dalla dott.ssa Concetta Di Benedetto