Di Giovanni, Giovanni
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Di Giovanni, Giovanni

Nato il 23-06-1669 a Taormina
Morto il 08-07-1753 a Palermo

Biografia

Storico, ecclesiastico, diplomatico. Nacque a Taormina (Messina) da Giovanni Battista e da Caterina Corvaja il 23 giugno 1699. Dapprima intraprese gli studi di legge, consegeuendo la laurea a ventidue anni, presso l’università di Catania. Dopo si trasferì a Palermo per esercitare la professione forense. Subito acquistò grande fama, scrivendo un trattato legale, De Retractu, che però non fu mai pubblicato. In seguito, il Di Giovanni, sentendo forte la vocazione al sacerdozio decise di dedicarsi agli studi teologici. Si trasferì, pertanto, a Messina, dove ebbe come maestro l’archimandrita Silvio Valenti Gonzaga, che sarebbe poi diventato cardinale e segretario di Stato di Benedetto XIV. Il Valenti Gonzaga «lo diresse e confortò a’ buoni studi, ed a quello in particolare della lingua greca » (Scinà, I, p. 186). Rientrato a Palermo, su invito dello zio Francesco Paladino, il Di Giovanni nel 1733 fu eletto canonico della Cattedrale di Palermo dall’imperatore Carlo VI. Morto l’arcivescovo Matteo Basile, fu eletto Vicario capitolare. Entrò a far parte della muratoriana Accademia del Buon Gusto, ufficialmente fondata a Palermo nel 1721, e produsse su invito del sodalizio la sua prima opera a stampa: De divinis Siculorum Officiis tractatus (Panormi 1736). In quest’opera il Di Giovanni esaminava le variazioni verificatesi nel corso dei secoli nella liturgia e nella salmodia delle Chiese di Sicilia dai primi tempi del cristianesimo fino al periodo posttridentino. La sua pubblicazione gli consentì di aprire una corrispondenza epistolare col Muratori, che lo incoraggiò a proseguire negli studi e nelle ricerche: « La di lei nobil fatica - gli scriveva il 16 ottobre 1739 - avrà plauso presso chiunque s’applica a sì fatti studi. Ed io particolarmente me ne congratulo con lei, perché tolta Roma, dove conosco due valentuomini di questa professione, pochi altri ne ha l’Italia » (Muratori, Epistolario, IX, n. 4117). Nel 1741 il Di Giovanni enunciava nel Prospectus Siciliae diplomaticae (Panormi 1741) il programma dell’opera, che da una parte gli procurò celebrità a livello europeo, ma dall’altra gli avrebbe causato, in seguito, gravi dispiaceri in patria: il Codex diplomaticus Siciliae. Il suo disegno prevedeva la raccolta in cinque tomi dei diplomi riguardanti la Sicilia dall’era cristiana sino ai tempi dell’autore. Il primo volume contiene i documenti dal principio dell’era cristiana sino alla metà dell’XI secolo. Il secondo volume doveva comprendere quelli da questa epoca sino al 1265. Il terzo doveva trattare quelli dal 1265 sino al 1577. Il quarto gli altri fino ai suoi tempi. Il quinto finalmente veniva diviso in quattro parti e doveva contenere i documenti riguardanti i tre ordini militari degli Ospedalieri, dei Templari e dei Teutonici, giovandosi per quest’ultimi dei lavori dati alla luce dal Caruso e dal Mongitore. Infine, quelli del monastero di santa Maria in Valle Josaphat. In essa l’autore dimostrava fra l’altro che nei primi secoli del cristianesimo la Chiesa siciliana era alle dipendenze del patriarca di Costantinopoli, in conformità con l’antico sistema del decentramento ecclesiastico e con la posizione di vescovo di Roma e patriarca d’Occidente, spettante al romano pontefice. Ma il primo volume, stampato a Palermo nel 1743 e contenente documenti dal I all’XI secolo, incontrò tali e tante opposizioni da convincere il Di Giovanni a lasciare incompleta l’opera. A tal proposito furono designati come revisori dell’opera, il canonico Francesco Testa e l’arcidiacono Migliaccio. Il primo approvò la stampa del primo tomo senza difficoltà, il secondo, invece, prima di pronunciarsi lo sottopose all’esame del Mongitore, il quale, sdegnato e risentito per avervi riscontrato alcune cose, che, secondo lui, erano ingiurose per la Chiesa palermitana, lo postillò, quindi, in più punti cominciando dal frontespizio ove si legge Sanctae Panormitanae, Ecclesiae canonicus e non Metropolitanae Ecclesiae canonicus. Scrisse in fretta un sunto di censure, che subito furono rese pubbliche e presentate al Senato di Palermo col titolo di « Note agli errori e pregiudizi fatti alla città di Palermo ed a tutta la Sicilia dal canonico Di Giovanni nella sua opera intitolata Codex diplomaticus Siciliae. La violenta requisitoria e la repentina morte dell’ormai ottantenne Mongitore, da alcuni attribuita ai dispiaceri provocatigli dall’opera del Di Giovanni, sollevò un grande clamore nella città tanto che si voleva bruciare l’opera e punire il Di Giovanni. L’odio popolare era a tal punto cresciuto che costrinse il Di Giovanni a rimanere nascosto molti giorni in casa, affinché non si esponesse al pubblico ludibrio. Tutto ciò convinse il Senato palermitano a proibire la diffusione del Codex, ordinando così che fosse soppresso il primo volume e che tutte le copie fossero consegnate all’Arcivescovo. In tale circostanza nessuno difese il Di Giovanni, neanche il Vicerè Corsini e l’Arcivescovo di Palermo, suoi protettori. Il solo che prese le difese del Di Giovanni fu l’abate, fiorentino, filogiansenista, Giuseppe Querci, professore di lettere nel Seminario dei Teatini, il quale si adoperò energicamente a far conoscere al mondo questo fatto così grave. Tramite il Querci alcune copie del libro giunsero di nascosto a Napoli, Roma e Firenze. Giovanni Lami, attraverso le Novelle letterarie (7 giugno 1743), fu il primo a schierarsi pubblicamente a difesa del Di Giovanni, contro i palermitani, che ingiustamente l’avevano perseguitato, e a divulgare negli ambienti del riformismo ecclesiastico italiano la fama dell’autore siciliano. Anche il Muratori fece un accenno alla polemica in una lettera a Fortunato Tamburini, datata 12 luglio 1743, in cui prendeva di mira « quei buoni palermitani che son forti in collera anche contro il loro canonico Di Giovanni » perché si era permesso di respingere e confutare alcune tradizioni della loro Chiesa » (Muratori, Epistolario, X, n. 4739). La vicenda ebbe parziale soluzione solo nel 1745, quando il Senato palermitano fece esaminare l’opera a una commissione di studiosi presieduta da Antonio Requesens, che ne permise la divulgazione a patto che l’autore inserisse alcune correzioni. Dopo queste vicende, che lo avevano profondamente amareggiato, il Di Giovanni sospese definitivamente la pubblicazione degli altri tomi del Codex. A partire dagli anni ‘40 il Di Giovanni affiancò all’attività di ricerca quella di riformatore degli studi ecclesiastici, trovando nell’arcivescovo Domenico Rossi un convinto sostenitore. Anche in questo campo si fece promotore di un’ardita riforma che mirava a sottrarre ai gesuiti il monopolio culturale della città e a creare presso il seminario palermitano, di cui nel 1741 era stato nominato rettore, scuole autonome. Nel 1742 l’arcivescovo Rossi, dietro suggerimento del Di Giovanni, ritirava i chierici dal collegio dei gesuiti per farli studiare in seminario, dove vennero istituiti corsi di teologia dogmatica e morale, diritto, geometria, filosofia, retorica, lingua latina e italiana, grammatica greca e canto gregoriano. La riforma del seminario condotta dal Di Giovanni si muoveva nella linea dell’antigesuitismo, ma soprattutto poneva l’accento sulla Chiesa locale, sul ruolo del vescovo e del clero secolare. Secondo il Di Giovanni spettava ai vescovi e ai loro preti la cura dei chierici «giacché stando i seminaristi immediatamente soggetti alla direzione del proprio Prelato, e dei suoi Preti, può egli più facilmente ottenere una distinta cognizione del talento, e merito di ciascheduno in particolare, per destinarli poi opportunamente alla cura, chi di una chiesa, chi di un’altra, giusta la capacità di ognun di loro » (Storia dei seminarii chiericali, p. 114). Affinchè le scuole del seminario potessero stare alla pari con il collegio dei gesuiti era tuttavia necessario che venissero abilitate a rilasciare il titolo del dottorato. La facoltà, richiesta dall’arcivescovo Rossi, venne concessa il 30 aprile 1745 da papa Benedetto XIV con il breve In Supereminenti. Anche in questa circostanza, tuttavia, il Di Giovanni dovette incontrare resistenze e insormontabili ostacoli. I gesuiti, tenaci oppositori della nuova istituzione abilitata a rilasciare il dottorato, intervennero presso l’autorità regia per bloccare l’esecuzione del breve pontificio. Per quanto Carlo III fosse favorevole alle tesi del Di Giovanni, il dibattito sulla questione del seminario di Palermo si trascinò presso la giunta generale di Sicilia per più di un anno e mezzo, fino a che non venne a mancare, per decesso, uno dei principali attori: l’arcivescovo Domenico Rossi, morto il 6 luglio 1747. La questione del seminario venne così risolta all’interno della stessa Chiesa palermitana. Dapprima il capitolo della cattedrale, in sede vacante, decise la soppressione delle scuole del seminario e, quando il Di Giovanni ottenne dal re e dal viceré la sospensione del provvedimento, egli dovette pagare la vittoria con la sua rimozione dalla carica di rettore. Fu sostituito dal canonico Spia che presto distrusse le riforme intraprese dal Di Giovanni; ma non potè rimandare i chierici alle scuole gesuitiche nel tempo della sede vacante perché vietato da un reale rescritto. Giunse però il nuovo arcivescovo fra’ Giuseppe Melendez, il quale ordinò, con decreto del 26 giugno 1748, di rimandare i seminaristi a studiare presso i Gesuiti, sopprimendo definitivamente le scuole del seminario palermitano. Molto amareggiato per questi avvenimenti e libero da impegni pastorali, il Di Giovanni si dedicò nuovamente alla pubblicazione di opere. Nel 1748 pubblicò a Palermo L’ebraismo in Sicilia. Si tratta di un’opera in due partì. Nella prima espone la condizione degli Ebrei in Sicilia; e nella seconda enumera tutte le loro comunità. Nel 1749 inviò, a Roma, a Pier Francesco Foggini l’opera la Storia dei seminarii chiericali perché fosse pubblicata. L’opera fu dedicata a Benedetto XIV. La pubblicazione di quest’ultima segnò il momento di maggior contatto del Di Giovanni con gli ambienti filogiansenisti romani. Tramite il Foggini entrò in rapporto con Giovan Gaetano Bottari, che poteva essere considerato il capo del movimento giansenista a Roma. Fu proprio il Bottari a volere la pubblicazione della Storia dei seminarii, come si evince dal carteggio che si conserva presso la Biblioteca Corsiniana di Roma. « La prego che sospenda la stampa del libro » scriveva il Di Giovanni a Bottari il 28 giugno 1748. « Temo che s’ecciti contro di me una grave persecuzione uguale a quella che soffrii per la pubblicazione del 1° tomo della mia Sicilia Diplomatica» (cod. Cors. 1593). L’opera uscì nel 1749 con lo stratagemma dell’anticipo della data di stampa, per evitare che potesse apparire come un atto ostile al nuovo arcivescovo G. Melendez. Malgrado le vicissitudini che caratterizzarono la sua posizione nella Chiesa locale, il Di Giovanni fu prescelto nel 1748 per la carica di inquisitore fiscale del S. Offizio e nel 1751 arrivò la nomina all’ambita carica di giudice della Monarchia. Il Di Giovanni morì a Palermo l’8 luglio 1753.

Opere: La Biblioteca Comunale di Palermo possiede numerosi mss. del Di Giovanni, fra cui citiamo:

Al buon governo della Repubblica devono essere insieme le armi e le lettere, discorso recitato all’Accademia dei Geniali il 27 agosto 1724 ai segni 2q. E. 54.14.

Documenti ed opuscoli riguardanti la Sicilia ai segni Qq H 52 a b, raccolta in 2 volumi.

Vita S. Panteni Siculi ai segni Qq. E. 22.

Opere diverse e misecellanee sicole ai segni Qq. H. 126-129.

Fra le opere pubblicate postume ricordiamo:

Storia ecclesiastica di Sicilia, a cura di S. Lanza, Palermo 1846-1848, voll. 2, in 8°. Il manoscritto, che si conserva nella Bibl. Comunale ai segni Qq. H. 1, non è autografo, ma una copia.

Dissertazioni sulla storia di Taormina..., a cura di A. Pierallini, 1870.

Storia ecclesiastica di Taormina, a cura di P. Grima, 1870.

Storia del seminario arcivescovile di Palermo, a cura di A. Narbone-G. Ferrigno, 1887.-

Opere consultate


Di Fazio Giovanna
Di Giovanni Giovanni” in “Dizionario biografico degli italiani”, Treccani, vol. 40, pp. 38-40, Roma, 1991, collocazione XLI. D. 104, n° 40.-

Dizionario dei Siciliani illustri”, Palermo 1939, p. 183, collocazione XI. F. 248.-

Mira Giuseppe Maria
Bibliografia siciliana”, vol. II, pp. 430-433, Palermo, 1881, collocazione XLVI. D. 1056, II a.-

Ortolani Giuseppe Emanuele
Biografia degli uomini illustri della Sicilia”, vol. II, Napoli 1818, collocazione XI. F. 46.-

Policastro Santo
Grandi ed illustri siciliani del passato”, Catania 1968, pp. 141-142, collocazione XLVI. C. 312.-

Scinà Domenico
Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII”, vol. I, p. 186 e seguenti, Palermo 1859, collocazione XLVI. F. 301, n. 7, I, II, III.-

 

Scheda biografica curata dalla dott.ssa Concetta Di Benedetto