Amari, Emerico
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Amari, Emerico

Nato il 10-05-1810 a Palermo
Morto il 21-09-1870 a Palermo

Biografia

Economista, giurista, filosofo e patriota. Nacque il 10 maggio 1810, a Palermo, da Mariano Salvatore, dei conti di S. Adriano, e da Rosalia, dei marchesi Bajardi, fu il terzogenito di altri fratelli illustri, Michele e Gabriele. Laureatosi in giurisprudenza presso l’università di Palermo, abbandonò ben presto la carriera forense per dedicarsi interamente agli studi scientifici. Di questa sua attività scientifica sono testimonianza, oltre le numerose pubblicazioni, parecchi manoscritti, conservati presso la Biblioteca comunale di Palermo e riguardanti le più disparate discipline, dall’economia alla storia, dalla filosofia alla statistica, dal diritto penale al diritto comparato, dalle letterature classiche a quelle straniere moderne. Nel 1833 fu pubblicato, sulle “Effemeridi scientifiche letterarie” il suo primo scritto dal titolo "Sopra gli elementi di filosofia del Prof. V. Tedeschi" che, ispirato all’empirismo lockiano e alla filosofia di Romagnosi, si opponeva a Kant e all’eclettismo allora dominanti in Sicilia. Dal 1836 collaborò attivamente al “Giornale di Statistica” con vari saggi di argomento giuridico ed economico, questi ultimi ispirati al liberismo. Nel 1838, divenne socio dell’Istituto di incoraggiamento di agricoltura, arti e manifatture in Sicilia insieme con Francesco Ferrara, Raffaele Busacca e Vito D’Ondes Reggio. In particolare, fra il Busacca e l’Amari nacque una solida amicizia che durò negli anni e si trasformò in parentela. Lo stesso Amari nel 1837 sposò Concetta Busacca di Gallidoro, sorella dell’amico Raffaele. Le dottrine economiche dell’Amari erano ispirate a un liberismo vigoroso e deciso, contrario a ogni sorta di barriere doganali, mentre le sue idee filosofiche, così come si presentano nei suoi primi scritti, s’ispiravano a un temperato empirismo, in polemica più o meno esplicita con il kantismo ed il pensiero hegeliano. Né, quando penetrarono nell’isola le dottrine di Gioberti e Rosmini, l’Amari se ne sentì attratto, per accostarsi invece al Romagnosi, al quale era unito dal medesimo intento nella ricerca di un ordinamento civile che servisse di criterio e di giustificazione a tutte le leggi dello Stato. Assai viva, inoltre, era in lui la diffidenza per la nuova realtà sociale che andava creando, specie in Inghilterra, la rivoluzione industriale, e contro i cui aspetti negativi mise in guardia, nel 1845, col suo scritto: Studi su l’indole, la misura e il progresso dell’industria comparata delle Nazioni (in Atti dell’Accademia di Scienze e lettere di Palermo). Particolarmente viva, nell’Amari, era a questo proposito la convinzione dell’assoluta necessità che il progresso economico e industriale delle nazioni fosse rigorosamente subordinato a quello morale e che all’«economia delle macchine» venisse sostituita 1’«economia degli uomini». Nel 1841 fu nominato alla cattedra di diritto penale presso l’università di Palermo e, nonostante le avverse condizioni politiche allora dominanti nel regno borbonico, informò sempre il suo insegnamento allo spirito liberale. Particolare impressione fece, tra l’altro, una sua lezione contro la pena di morte tenuta nel dicembre 1842. Durante lo stesso periodo fu direttore della Real Casa dei Matti, Deputato della Biblioteca comunale di Palermo e membro del Consiglio distrettuale. Presiedette pure alcune commissioni governative su importanti progetti come la riforma carceraria e il popolamento dell’isola di Lampedusa. Le sue convinzioni liberamente espresse e i suoi legami con il partito costituzionale lo resero ben presto molto sospetto alla polizia borbonica, tanto che alla vigilia della rivoluzione del gennaio 1848, e precisamente nella notte tra il 9 e il 10, fu arrestato insieme con il fratello Gabriele, con il Ferrara, il Perez e altri esponenti liberali sospettati di cospirazione. Scarcerato dopo alcuni giorni, quando le truppe napoletane abbandonarono Palermo, entrò a far parte del Comitato rivoluzionario di Palermo e redasse l’Atto di Convocazione del General Parlamento di Sicilia. L’Amari sostenne, contro quanti proponevano la convocazione di un’assemblea costituente, l’opportunità di una soluzione più moderata, e cioè il ripristino della costituzione siciliana del 1812, sia pure riformata e adattata alle nuove condizionì politiche. Eletto deputato al parlamento dell’isola per l’università di Palermo e per il collegio di Salemi, optò per quest’ultimo, e il 25 marzo fu eletto vice-presidente della Camera dei Comuni; il giorno successivo fu chiamato alla presidenza della commissione per il regolamento del potere esecutivo. Verso la fine d’aprile ricevette, insieme con Giuseppe La Farina e con il barone Casimiro Pisani, l’incarico di recarsi in missione a Roma, Firenze e Torino allo scopo di ottenere da quelle corti il riconoscimento del nuovo governo siciliano. Inoltre l’Amari ed i suoi colleghi avrebbero dovuto esplorare le possibilità esistenti per l’eventuale designazione di un principe lorenese o sabaudo a cingere la corona di Sicilia. Resasi fin dall’inizio inutile la missione a Roma, in conseguenza del mutato atteggiamento di Pio IX concretatosi nella famosa allocuzione del 29 aprile, l’Amari passò direttamente a Torino, ove rimase fino all’anno successivo, senza peraltro riuscire a persuadere il duca di Genova, secondogenito di Carlo Alberto, ad accettare il trono siciliano offertogli dal parlamento dell’isola nel luglio 1848. Rientrato a Palermo mentre le truppe borboniche sotto il comando del Filangieri riconquistavano l’isola, fuggì a Malta, donde passò esule a Genova. Qui ottenne dal governo piemontese la cattedra di diritto costituzionale presso la locale università e attese alla redazione della sua opera maggiore, che vide la luce a Genova nel 1857: la Critica di una scienza delle legislazioni comparate, in cui egli volle applicare organicamente la teoria del progresso, a lui cara, alla scienza della legislazione comparata, della quale deve considerarsi tra i fondatori e a cui si propose di dare assetto e consistenza scientifica su basi storicistiche, dimostrandone l’autonomia di fronte ad altre scienze già per lunga tradizione consolidate. Collaborò come giornalista a La Croce di Savoia, al Monitore dei comuni italiani e all’Economista di Torino, sulle cui colonne proseguì la sua battaglia in favore del liberismo. Con la Critica l’Amari si affermò definitivamente come « uno dei più acuti interpreti », come osservò Croce, del Vico, delle cui idee tale sua opera risulta profondamente intrisa da cima a fondo. E sulle orme del Vico egli diede un’impostazione prettamente storicistica, fondata su una rigorosa indagine sperimentale, al problema che si era proposto, quello cioè della possibilità di enucleare organicamente una scienza delle legislazioni comparate, distinta ed autonoma dalle altre scienze. Del filosofo napoletano l’Amari non fu, tuttavia, pedissequo ed acritico imitatore, ed assoggettò a critica serrata la concezione vichiana della « spontaneità ed uniformità del corso delle genti, iniziato, continuato e compiuto da ciascuna separatamente senza il menomo aiuto, né la menoma influenza di un’altra ». Mentre cioè per il Vico ogni nazione costituiva quasi un mondo a parte ed a sé stante, che in completo isolamento compiva il suo ciclo storico perpetuamente rinnovantesi in un eterno ricorso, l’Amari, riallacciandosi in ciò al Romagnosi, sosteneva il principio della comunicabilità del diritto, del passaggio della tradizione da popolo a popolo sulla base di due elementi perenni ed universali: l’imitazione e la propagazione. Ed appunto in questa comunicabilità di tradizioni fra un popolo e l’altro egli vedeva il fondamento del progresso, definito come « un movimento continuo ad una provveduta meta di perfezione per mezzo della tradizione », che costituisce la legge interna, necessaria, che governa la dialettica della storia. A questo progresso egli attribuiva un carattere indefinito, rifacendosi in ciò al concetto da lui elaborato della perpetua novità della storia, che mai può volgersi indietro, per procedere invece sempre avanti, costantemente nuova.
Nel dicembre 1859 l’Amari fu nominato professore di filosofia della storia presso l’Istituto di studi superiori di Firenze, ove il 24 marzo dell’anno seguente tenne la prolusione sul tema: Del concetto generale e dei comuni principi della filosofia della storia. Rientrato il 17 agosto 1860 a Palermo dopo il successo della spedizione garibaldina, si fece subito assertore del principio che le sorti dell’isola dovessero venir decise non mediante plebiscito, bensì da un’assemblea di rappresentanti eletti allo scopo. Profondamente amareggiato dalla piega presa dagli eventi nel senso del plebiscito e dell’annessione incondizionata, l’Amari rifiutò la nomina a vicepresidente del Consiglio straordinario di stato per la Sicilia, istituito dal prodittatore Mordini con l’incarico di « studiare ed esporre al Governo quegli ordini e quelle istituzioni atte a conciliare i bisogni particolari della Sicilia con quelle generali dell’unità e prosperità della nazione italiana ». Coerente nella sua opposizione al centralismo del nascente Stato italiano, rifiutò anche le numerose cariche pubbliche che gli furono offerte, come quella di consigliere ordinario di stato e quella di Presidente del Consiglio Superiore di Istruzione Pubblica, non sentendosi di accettare l’indirizzo politico ormai prevalente e del tutto in contrasto con le sue convinzioni sostanzialmente federaliste. Dietro insistenza di Francesco Crispi, sotto la luogotenenza del Montezemolo ritornò per breve tempo alla vita politica, assumendo nel gennaio 1861 il dicastero dell’Interno nel Consiglio di luogotenenza formato dal marchese Vincenzo di Torrearsa, con il solo intento di aiutare la città di Palermo in un momento di disordini, ma alla fine del mese si dimise. Candidato nel collegio elettorale di Castellammare di Palermo, fu eletto nel 1861 deputato del primo Parlamento italiano; ma nel 1862 rinunciò al mandato a causa di una grave malattia del figlio Salvatore, che infatti morì poco dopo. Profondamente prostrato, attraversò un lungo periodo di isolamento dalla vita pubblica e da ogni attività. Nel 1864 fondò la Nuova società per la storia di Sicilia, il primo nucleo della futura Società di storia patria. Durante gli eventi rivoluzionari palermitani del 1866 fece in modo di non lasciarsi coinvolgere e, per evitare il contagio del colera, si trasferì a Livorno dal fratello, il Conte Michele, allora prefetto in quella città. Rieletto nel 1867, sempre a Palermo, combatté vigorosamente il disegno di legge governativo sulla soppressione delle corporazioni religiose e la liquidazione dell’asse ecclesiastico, e sullo scorcio di quello stesso anno rinunciò nuovamente al mandato parlamentare. Dal 1868 fece parte del Consiglio municipale di Palermo e di quello provinciale, cariche che ricoprì fino alla morte. Colpito da una fulminea e ignota malattia si spense nella città natale il 21 settembre 1870. Per volontà del Comune di Palermo le sue spoglie furono tumulate nel Pantheon di S. Domenico dove gli venne innalzata una scultura celebrativa.
Fra gli scritti principali, oltre quelli già citati, si ricordano: Sulla società statistica di Londra e i suoi lavori, in “Giornale di Statistica”, 1839, vol. IV; Difetti e riforme delle statistiche dei delitti e delle pene. Art. I, in “Giornale di Statistica”, 1839, vol. IV; Difetti e riforme delle statistiche dei delitti e delle pene. Art. II, in “Giornale di Statistica”, 1840, vol. V; Il sistema protettore e la collisione degli interessi rivali nel commercio. Zuccheri indigeni e coloniali, in “Giornale di Statistica”, 1840, vol. V; Degli uffizi del magistrato e dell’amministrazione della giustizia, in “Giornale di Statistica”, 1840, vol. V; Dell’uso di talune dottrine nei giudizi penali e dell’amministrazione della giustizia, in “Giornale di Statistica”, 1840, vol. V; Principi di diritto pubblico marittimo e storia di molti trattati sugli stessi del Conte Ferdinando Lucchesi Palli, in “Giornale di Statistica”, 1840, vol. V; Memoria sui privilegi industriali e sopra due Memorie estemporanee scritte su tale argomento dai Sigg. Placido De Luca e Salvatore Marchese nel concorso alla cattedra di economia e commercio nella Regia Università di Catania, in “Giornale di Statistica”, 1840, vol. V; Basi di un progetto per popolare l’isola di Lampedusa, in “Giornale di Statistica”, 1841, vol. VI; Degli elementi che costituiscono la scienza del diritto penale, tentativo di una teoria del progresso, in “Giornale di Statistica”, 1841, vol. VI; Rapporto della commissione sul lavoro preparatorio per la convocazione del Parlamento, in "Atti del Real Parlamento di Sicilia", Palermo 1848; La ritrattazione di Glandstone, in “Corriere mercantile di Genova”, 1852; Articoli vari, in “L’Economista. Giornale della domenica”, Torino 1856; Discorso alla Camera dei deputati del 10 luglio 1867 nella discussione del progetto di legge sull’asse ecclesiastico, Palermo 1867; Della libertà commerciale tra Napoli e Sicilia ossia della necessità del libero cabotaggio, in G. Bentivegna, E. Amari, La filosofia, le leggi e la storia, Catania 1992; Storia comparata delle legislazioni d’occidente dalla caduta dell’Impero insino ai nostri giorni, a cura di G. Bentivegna, Catania 1993.

Opere consultate


Aquarone Alberto.
Emerico Amari” in “Dizionario biografico degli italiani”, Treccani, vol. II, Roma 1960, pp. 634-637, collocazione XLI. D. 104, n. 2.-

Dizionario dei Siciliani illustri”, Palermo 1939, pp. 29-30, collocazione XI. F.248.-

Ermini Giuseppe
Emerico Amari” in “Enciclopedia Treccani”, vol. II, p. 757.-

Mira Giuseppe Maria
Bibliografia siciliana”, vol. I, Palermo 1875, pp. 27-29, collocazione XLVI. D. 1056, I a.-

Musso Matteo
Illustrazione del Pantheon Siciliano nel Tempio di S. Domenico in Palermo”, Palermo 1910, collocazione XI. D. 213.-

Sito consultato: http://ase.signum.sns.it/amari.html

Scheda biografica curata dalla dott.ssa Concetta Di Benedetto