Amari, Michele
Immagine opera

Amari, Michele

Nato il 07-07-1806 a Palermo
Morto il 16-07-1889 a Firenze

Biografia

Michele Benedetto Gaetano Amari nacque il 7 luglio 1806 a Palermo. È da considerarsi il maggiore storico della Sicilia moderna .Ebbe un’adolescenza difficile funestata dalla dolorosa perdita della madre ,Giulia Venturelli. Dopo aver intrapreso gli studi universitari, il giovane Michele è costretto a guadagnarsi da vivere, rimandando la realizzazione delle sue aspirazioni .Infatti avrebbe voluto essere ufficiale del Genio. Dovette accontentarsi di divenire, nel febbraio 1820, alunno nella Segreteria di Stato presso il Luogotenente dei Reali Domini. Nel mese di luglio dello stesso anno, scoppia a Palermo l’insurrezione contro i Borboni. Il padre di Michele, Ferdinando Maria, essendo uno dei capi della rivolta guidata da Salvatore Meccio, viene arrestato e condannato a morte. Avendo avuto commutata poi la pena capitale a trent’anni di reclusione da scontare nell’isola di Santo Stefano, riacquisterà la libertà nel 1834, molto provato dalla detenzione. Il giovane Amari, pur sospettato di essere anch’egli un rivoltoso, riuscirà a non perdere il posto di lavoro, ma i suoi sentimenti di ribellione sono identici a quelli del padre; ma, rimasto a capo della famiglia, pur non mostrandosi un uomo di grande sensibilità negli affetti, fu coinvolto ad ogni modo dai fratelli, che in quel periodo gli diedero molti pensieri, tanto che in data 18 febbraio 1825 annotava, sfogandosi: “ho perduto la testa con quel pazzo di mio fratello; … e dei parenti della casa non ne posso più”. Dopo che il padre fu liberato, cominciò a tradurre e studiare per intero opere letterarie e storiche francesi ed inglesi. Nel frattempo, raccoglieva materiale per l’opera sul vespro siciliano, che pubblicò nel maggio 1842 dal titolo “Un periodo della storia siciliana del secolo XIII”. L’opera fuggì alla censura, ma incontrò il rigore del governo che richiamò a Napoli l’autore; ma l’Amari, sicuro che gli avrebbero intentato un processo, si rifugiò in Francia, dove fu accolto con entusiasmo dagli intellettuali e dai fuori usciti italiani. In Francia si preparò con ricerche e testimonianze, approfondendo la sua conoscenza dell’arabo per poi dare alla luce, anni dopo, “La storia dei Musulmani in Sicilia”. Tornato a Palermo, partecipa attivamente alla rivolta dei moti del 48 ; in seguito ottiene la cattedra di Diritto Pubblico siciliano tenuta precedentemente da Rosario Gregorio. Eletto poi deputato, diviene Ministro delle finanze nel governo siciliano presieduto da Mariano Stabile. In tale veste, si reca a Londra e a Parigi per chiedere il sostegno ad entrambi quei governi contro i Borboni, ma non ottiene nulla e, pertanto riprende la via dell’esilio che lo porterà a Genova. Ma prima di lasciare la sua città , egli riuscirà nell’impresa di decifrare l’iscrizione araba esistente nel castello della “Cuba”, in cui il Boccaccio aveva ambientato il suo Decamerone. Per riuscire ad entrare dentro la Cuba, l’Amari affronterà una situazione rocambolesca. Infatti con l’aiuto dell’amico architetto Francesco Saverio Cavallari, si fa sollevare notte tempo, dentro una cesta sino al fastigio dell’edificio e servendosi di una tinta nera, prende i calchi del fregio sui quali riesce a decifrare il nome del re normanno, Guglielmo II , fondatore del celebre monumento e l’anno della costruzione, 1180. Giunto a Genova, incontra Pietro Marano e Vincenzo Errante e con i due promuove un comitato per la raccolta di fondi e armi da inviare in Sicilia. Riparte poi per Parigi , rifugio ideale per continuare gli studi di storia e di arabo e intanto assumere l’ incarico di docente all’ Università di Parigi. Nel 1854 inizia la pubblicazione del suo capolavoro“ Storia dei Musulmani in Sicilia”, di cui l’Amari scrive:” Incominciai tanto lavoro con animo di siciliano, che bramava la libertà di un piccolo Stato e desiderava l’unione d’Italia senza sperarla vicina; lo terminai confidando che tutti gli Italiani sempre di più si affratellino , che veggano nella libertà la salvezza e l’ onore di tutti e di ciascuno; che dunque il paese cresca di sapienza , di saviezza, di possanza , di ricchezza e che la nuova Patria, per ammenda dell’oppressione armata dell’antichità e delle mali arti dei tempi appresso, promuova ormai nel tempo la giusta libertà dell’opera e la illimitata libertà del pensiero”. A questi ideali si ispira tutta l’opera del grande storico siciliano, il quale pubblica ,”La Sicilia et les Bourbons”,“Le epigrafi arabiche di Sicilia”, trascritte, tradotte, e illustrate”, “La Biblioteca arabo-sicula”, che riunisce le sue vaste ricerche di testi arabici. Della sua immane fatica nel lavoro di ricerca e studio, cosi ne scrive a Lionardo Vigo , noto cospiratore, poeta e filologo di Acireale , al quale scrive in data 3 maggio 1856 :”Letteralmente io sono sepolto tra i miei scritti arabi. Mi sono sotterrato vivo, intraprendendo la pubblicazione dei testi arabi riguardanti la Sicilia, che si fa a Gottinga a spese della società orientale di Germania e sudore mio: sudore di sangue, poiché non ne caverò altro che dieci copie , già dovute a parecchi orientalisti “.
Viene poi chiamato, dopo la caduta dei Lorenesi in Toscana, alla cattedra di lingue e storia araba, prima a Pisa e poi a Firenze. Dopo la liberazione di Palermo, fu invitato da Garibaldi ad assumere il ministero dell’istruzione e dei lavori pubblici, e poi, anche, quello degli esteri. Caduto il ministero non rimase al governo e rifiutò anche l’incarico di storiografo della Sicilia. Il 3 maggio 1856 scrive a Lionardo Vigo (1799-1879), noto cospiratore, poeta e filologo di Acireale: “Letteralmente io sono sepolto tra i manoscritti arabi. Mi sono sotterrato vivo intraprendendo la pubblicazione dei testi arabi riguardanti la Sicilia…”.
Su proposta di Cavour fu nominato senatore nel 1861; poi fu chiamato al ministero dell’istruzione dal 1862 al 1864.
Nel 1881 fu senatore Regio d’Italia. Continuò ad insegnare fino a tarda età, quando poi si trasferì con la sua famiglia a Roma, intraprese la compilazione di appunti autobiografici a cui aggiunse la preservazione di un epistolario amplissimo con Alessandro d’Ancona, che rappresentò un supporto cospicuo all’elenco delle proprie opere che compilò nel 1878 e aggiornò fino alla vigIlia della morte, con attenta elencazione della data delle nomine e dei riconoscimenti più graditi e prestigiosi, e con la conservazione dei documenti e attestati.
L’epistolario è stimolante per la conoscenza di situazioni e avvenimenti durante l’arco di tempo che l’Italia attraversò; le memorie sono guida e chiave per comprendere la personalità e l’opera stessa di Michele Amari. Gli appunti autobiografici sono conservati nel Fondo Amari della Biblioteca Nazionale (oggi Regionale) di Palermo. Sono appunti filosofici e quattro discorsi consistenti in trentacinque facciate. Scrisse numerose opere: “Le epigrafi arabiche di Sicilia trascritte e illustrate”. “La biblioteca Arabo-Sicula”. “La Sicilia et les Bourbons” e numerosi altri studi e ricerche di notevole interesse. Le sue opere più grandi furono “Le storie del Vespro” e “La storia dei Musulmani in Sicilia”. Sono opere molto profonde, chiare e precise, fatte in maniera da rivelare lo storico di razza che c’è nell’Amari. Muore il 16 luglio 1889 a Firenze.

OPERE CONSULTATE:

- Peri, Illuminato. “Michele Amari”. Napoli: Guida,1976. Coll.: XLVI-C-468
- Rizzitano, Umberto.“M. Amari arabista del risorgimento italiano. (atti 1962)” Palermo: Feltrinelli. Coll.: XLVI-C-229-b
- Giumento, Angelo. “Ritratti di siciliani illustri”. Palermo; Roma: Mori, 1969. Coll.: XLVI-C-234 bis
- Orlando, Michele. “Michele Amari e la storia del Regno di Sicilia.” Palermo, 1929. Coll.: V.E. Orlando-F-43-45
- Brancato, Michele. “Il realismo storiografico di Michele Amari.” Palermo, 1974. Coll.: XLVI-E-404 n°9

Scheda biografica curata dalla dott.ssa Concetta Di Benedetto